venerdì 7 gennaio 2011

Lezioni di management

Sono solo a metà ma sto leggendo un libro di management molto interessante.
Si chiama Life ed è l'autobiografia di Keith Richards, chitarrista e fondatore dei Rolling Stones.

Intanto va detto che è vero che "it's only rock'n'roll" ma vorrei farla io una azienda che ha il giro d'affari di questi signori.
E poi il fatto che si tratti di artisti è un punto di forza e non certo di debolezza del libro.

L'idea comune è che l'artista sia una artista e abbia un "dono" e spesso anche in azienda molti pensano che basti il talento.

Invece il libro è una lezione di management perché racconta, prima del raggiungimento del grande successo, alcuni punti che valgono per qualsiasi attività.

Dedizione e studio: giorni, mesi, passati a studiare gli altri (la concorrenza) perché volevano essere "i migliori" nel loro campo. Il talento non è nulla senza studio ed esercizio (la formazione). E l'applicazione maniacale ed esclusiva al progetto, la vision di ciò che si voleva essere.
Non basta il talento, e la dedizione al progetto di una start-up deve essere globale e assoluto.
Segmentazione del mercato: esistevano i Beatles che coprivano una certa fascia (quella dei bravi ragazzi)  e loro per vocazione e per scelta hanno coperto una fascia di mercato differente. Ma con i Beatles parlavano e scambiavano idee (rete), non erigevano muri.
Inizio con materiale di altri: hanno iniziato facendo principalmente cover (copie?, terzisti?) poi hanno iniziato a scrivere le loro canzoni (sviluppo di un proprio prodotto) con dei tratti distintivi che le rendessero riconoscibili (brand & family feeling).
Espansione internazionale: hanno iniziato con l'obiettivo di diventare la miglior band di blues di Londra (locale per partire), poi espansione in UK (nazionale) poi USA (il più grande mercato estero) e alla fine espansione internazionale (globalizzazione). Gli inizi in USA sono stati difficili e i costi non erano neppure coperti dagli incassi, ma hanno tenuto duro, insistito e alla fine avuto successo.
E il rock ha certamente contribuito alla globalizzazione.
Pensiero laterale e analisi del mercato: in un momento in cui la musica aveva gli steccati (abbiamo sempre fatto così) bianchi e neri, pop e rock, barriere d'ingresso forti (BBC non trasmetteva il loro blues nero), hanno rivoluzionato tutto andando a toccare le esigenze dei potenziali clienti e più con il passaparola (il word of mouth è la cosa più vecchia del mondo) che con l'aiuto dei media.
PR e uso dei media: superata la barriera iniziale dietro c'era un prodotto vero, ma certe esagerazioni erano un modo per fare parlare di se. In fondo la differenziazione e l'essere contro era marketing non convenzionale per i tempi.
Risorse umane: pensavano che Charlie Watts fosse il batterista giusto per loro, già professionista non se lo potevano permettere, ma hanno fatto sacrifici per prenderlo e tenerlo.
Le funzioni e i talenti di ognuno erano valorizzate e inserite in un progetto globale, con differenti specializzazioni e funzioni.
Management: la grande svolta c'è stata quando hanno trovato un manager che si è occupato di PR, logistica, gestione della "macchina" lasciando i creativi liberi di creare e dando consigli sullo sviluppo del prodotto in relazione ai potenziali clienti. Ma la macchina non era una macchina creativa allo sbando ma ben gestita e con programmi e scadenze (un singolo ogni x mesi) definite e rispettate.
Investimenti: tutti i primi incassi erano dedicati a migliorare l'attrezzatura disponibile.

Insomma alla fine è diventata una delle maggiori macchine da soldi mondiali nel loro campo, ma è stata una start-up.

Potrei probabilmente andare avanti ancora, ma l'idea era quella di far capire che certe "regole" valgono in qualsiasi campo, e le scorciatoie non esistono.
Il talento non basta.

2 commenti:

Baldo ha detto...

Questo me lo ero perso... arguto :)

Luis Espejo ha detto...

Molto interessante!