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mercoledì 9 novembre 2011

Circolare, circolare

Il tipico errore del neo-imprenditore è confondere i flussi con il fatturato.
E non capisce perché fattura così tanto ed è sempre senza soldi.

C'è una cosa che si chiama capitale circolante ed è la croce e delizia di qualsiasi attività economica.
Se avete un supermercato chi paga lo fa immediatamente all'acquisto, alla sera versate in banca il gruzzoletto delle vendite giornaliere (ma dovete finanziare il materiale sugli scaffali e in magazzino).
Se vendete ad un supermercato questo paga magari (in questo periodo inteso come auspicio) a 120 giorni. Quindi dovete finanziare tutto il periodo di transito del materiale, la mano d'opera e delle spese varie e i 4 mesi del pagamento.

Facendo quattro conti si capisce che il supermercato lucra proprio sui soldi che incassa e paga dopo parecchio, mentre il fornitore ha bisogno di soldi per finanziare l'operazione, quindi va dal fornitore di soldi, che si chiama banca.

Come intuisce facilmente chiunque maggiore è il tempo totale (pagamento+transito) più soldi ho bisogno. E più lavoro più ho bisogno soldi.
Attraverso i flussi di cassa positivi, e gli utili che dovrei avere sul prodotto, poco a poco riduco la necessità di soldi e comincio ad autofinanziare pezzi del magazzino e poi sempre di più.

Allora il primo problema è come diminuire quel tempo totale.
Facile, teoricamente: chiedere ai clienti di pagare alla svelta. Teoricamente.
La realtà è poi che in tempi di crisi tutti pagano male e in ritardo.
Maestra in questo è la pubblica amministrazione (che poi come percettore diventa super fiscale se ritardi di un giorno a pagare tu).

Peggiore è la puntualità e velocità di pagamento, maggiore è la mia necessità di cassa e l'ingovernabilità dei flussi.
Ma le banche non mi danno materia prima (denaro) infinita, anzi, e come da regola di mercato più ne ho bisogno e più me la fa pagare.
Quindi l'idea geniale è quella di non pagare i fornitori, che a loro volta in difficoltà cadranno nel girone infernale.

Fino a che le banche di soldi ne avevano fin troppi, il lavoro "girava" e c'erano dei margini decenti tutti si occupavano poco di flussi di cassa. Era meglio fatturare e portare a casa margini. Dei quali spesso la banca era il maggiore beneficiario, ma rimaneva qualcosa per l'azienda.

Oggi invece siamo nella situazione nella quale le banche non hanno soldi: non si fidano neppure tra di loro e non se li prestano e ci sono anche quei simpaticoni dello Stato che li "invitano caldamente" a comperare titoli del debito pubblico che diventano immobilizzazioni perché il loro valore attualmente è in caduta libera.

E non avendo soldi non li danno ai clienti.
I quali ne avrebbero bisogno per pagare i fornitori (i dipendenti sono fornitori di mano d'opera).

Insomma come capite quello che sta uccidendo le aziende non è il fatto che le banche non gli danno soldi, ma che i loro flussi sono negativi. Anzi una corretta azione aziendale in questo momento dovrebbe puntare tutto sui flussi e non sui margini.
Privilegiando clienti che pagano, e veloci.
Dovrebbero rinunciare al lavoro se pagato tardi e male, perché aumenta le loro necessità di cassa e peggiora la situazione. Lo so che è dura ma a fare bene i conti conviene.
In un mondo ideale dove tutto è pagato in contanti non avrei bisogno di fidi dalle banche se non per gli investimenti.

Non a caso le aziende che soffrono meno in questo momento sono quelle che lavorano con l'estero dove (perlomeno fino a qualche mese fa) i pagamenti sono più veloci e regolari.
Non a caso la Francia ha introdotto, appena la crisi è partita, stringenti regole anche per i pagamenti tra privati.
Non a caso diversi paesi hanno accelerato la loro velocità di pagamento ai fornitori della pubblica amministrazione (alcuni ormai puntano ai 10, si dieci avete letto bene, giorni) per attenuare i problemi della crisi di liquidità bancaria.

Da noi, come spesso accade, han fatto l'opposto, per ridurre i deficit (ricordate che lo Stato funziona per cassa e non per competenza) semplicemente smettono di pagare.
E io benedico ogni giorno le scelte che abbiamo fatto tanto tempo fa. Estero e nulla alla PA.

venerdì 4 novembre 2011

[Guest post] Fondazioni


Ricevo da un affezionato lettore un post che mi pare interessante, e quindi pubblico.
di Gianni Miltoni

Prendiamo il Comune di Siena. Nel 2010 ha riscosso 81 milioni di euro e ne ha spesi 88. Non c’è più l’ICI, i trasferimenti dallo Stato scarseggiano e anche gli enti locali tirano la cinghia. Fortuna che a riequilibrare il bilancio del comune senese ci pensa la generosa e ricca Fondazione MPS con circa 10 milioni di euro di “contributi decennali destinati al pagamento di rate di BOC (bond comunali) per piani di manutenzione straordinaria della città”. La generosa e ricca Fondazione MPS: una fondazione no profit di origine bancaria, nata insieme a tante altre all’inizio degli anni ’90, dal conferimento di una banca pubblica (Banca MPS) da parte dello stato. Benché sia stata creata con un bene pubblico, benché subisca la vigilanza del Ministero dell’Economia, le Fondazione MPS (come gli altri Frankenstein generati dalla legge Amato-Carli) può dirsi un ente di diritto privato e il suo patrimonio di quasi 6 miliardi di euro (2 miliardi in più di quanto rientrò in Italia con il precedente scudo fiscale) è gestito in autonomia da organi deliberanti nominati da Comune di Siena, Provincia di Siena, Regione Toscana, Università degli Studi di Siena, Arcidiocesi di Siena. Scopo della Fondazione MPS è il mantenimento nella città di Siena della sede e della Direzione Generale della Banca Monte dei Paschi di Siena e il perseguimento di fini di utilità sociale nei settori della ricerca scientifica, dell’istruzione, dell’arte, della sanità, dell’assistenza alle categorie sociali deboli, della valorizzazione dei beni e delle attività culturali mantenendo e rafforzando i particolari legami con Siena. Tutto molto nobile. Certo, magari 5 milioni di euro per 40 dipendenti della Fondazione MPS (125 mila euro di costo medio, medio eh!) sono tanti in tempo di austerity, per non parlare dei 2 milioni di euro per i 29 membri degli organi deliberanti che si riuniranno in Fondazione sì e no una volta al mese. Epperò come criticare un’istituzione così generosa? Le erogazioni sono state numerose nel 2010: 779 per un totale di quasi 70 milioni di euro. Si va dal finanziamento di borse di studio, ai 120 mila euro per il Festival di San Galgano passando per i summenzionati contributi in favore del comune per la manutenzioni di strade, teatri e chiese.
Insomma, meno male che c’è santa Fondazione MPS che riversa una tale pioggia denaro nel piccolo territorio senese supplendo alle carenze di Stato e Comune. Purtroppo però la pacchia sta per finire. I dividendi dalla partecipazione in MPS si sono prosciugati e, anzi, la banca continua a chiedere aumenti di capitale che la Fondazione MPS deve per forza sottoscrivere per rispettare la sua mission statutaria (il controllo della assoluto della Banca). In estate la Fondazione ha già sborsato un miliardo indebitandosi in parte con altri istituti di credito (ah, i rischi sistemici) e se passerà la linea dura del’EBA (l’agenzia europea che vigila sul patrimonio delle banche), MPS potrebbe trovarsi a dover deliberare un altro aumento di capitale da 3 miliardi di euro, di cui la Fondazione MPS dovrebbe sottoscrivere 1,5 miliardi di euro. E dove dovrebbe trovarli? E’ certo che il territorio senese nei prossimi non potrà contare molto sulle erogazioni di Santa Fondazione, nonostante il suo patrimonio di 5 miliardi di euro.
E se la Fondazione rinunciasse a sottoscrivere l’aumento di capitale diluendosi e, anzi, vendendo un po’ delle azioni esistenti per finanziarie gli interventi sul territorio? Non si può fare per statuto. L’avesse fatto tre anni fa, magari fondendosi con l’allora Sanpaolo Imi, la città di Siena ora potrebbe contare su un patrimonio ben più consistente e al sicuro dalla crisi del settore bancario (come ha fatto la Fondazione Roma per la sua originaria partecipazione in Cassa di Risparmio di Roma, diventata Banca di Roma, poi Capitalia, poi Unicredit e progressivamente dismessa sul mercato).
Il caso senese è solo un esempio. In Italia ci sono un’ottantina di fondazioni che controllano complessivamente un patrimonio di 50 miliardi di euro (un poco meno della finanziaria varata per il piano anti crisi) attraverso organi deliberanti autoreferenziali, autonomi e nominati dagli enti più disparati (arcidiocesi, comuni, sindaci, provincie, arcivescovi, accademie, rettori, etc.). Questi enti non solo controllano un’importante massa finanziaria in molti casi, come quello senese, vitale per il territorio, ma esprimono anche i vertici di importanti istituti di credito. Nel licenziamento di Alessandro Profumo da Unicredit, prima banca italiana e uno delle prime dieci banche europee, un ruolo fondamentale è stato giocato dalla fondazione Cariverona un po’ insofferente alle mire internazionali di Kaiser Alessandro.
Il mecenatismo, la cura del patrimonio artistico del territorio, le borse di studio e la promozione delle scienze sono tutte cose nobili ma c’è da chiedersi se è auspicabile che lo stato tagli i servizi ai cittadini, la sanità e consideri persino di rubacchiare dai conti correnti bancari senza che queste fondazioni, nate da un patrimonio pubblico, siano minimamente toccate. E’ assai gretto pensare che prima di ritoccare i ticket sanitari forse bisognerebbe sponsorizzare qualche festival in meno, ma viviamo in tempi gretti e di austerity. E anche volendo sacrificarsi decidendo di non toccare il patrimonio di queste fondazioni, che d’altronde stanno lì per far del bene al territorio di riferimento (questo va riconosciuto), come si fa a garantire che quelle erogazioni siano gestite con trasparenza? Quando c’è di mezzo la cosa pubblica la trasparenza è rara, ma almeno l’ente pubblico risponde agli elettori. Le Fondazioni sono del tutto autoreferenziali. E se scorrendo le erogazioni del bilancio di Fondazione MPS si vedono cose bizzarre ma tutto sommato lodevoli, recentemente è uscito un articolo inquietante sulla gestione della Fondazione Roma (2 miliardi di patrimonio, di cui solo 0,5 ancora investiti in Unicredit).
Si fa presto, e sarebbe di un avventato robinhooddismo, proporre di nazionalizzare le fondazioni e riportare nello stato quei 50 miliardi per tagliare meno tasse. Le fondazioni hanno in parte realizzato con le risorse del sistema bancario ciò che la Lega Nord prova a fare da anni col bilancio dello stato: una distribuzione in senso federalista delle risorse. Nate da banche che raccoglievano e investivano sul territorio, le Fondazioni continuano a mantenere un forte vincolo con il territorio nello scegliere la destinazione delle loro erogazioni. Si potrebbe tuttavia pensare di rendere più sistematico e meno discrezionale il modo in cui intervengono per supplire alle carenze degli enti locali. In un periodo in cui si tagliano stipendi pubblici (o almeno si fa finta) e si chiede alle banche di tagliare i bonus, perché le fondazioni, che nelle banche hanno il loro patrimonio e nel comune il loro naturale “cliente”, non sono sottoposte agli stessi vincoli? E’ sacrosanto che le erogazioni sia decise in senso “locale” ma è altrettanto sensato che le Fondazioni abbiano tanta influenza nella gestione delle banche influenzando in senso altrettanto localistico di banche che dovrebbero aspirare a un ruolo nazionale quando non europeo? Le Fondazioni sono buoni azionisti attivi? Che dire ad esempio di Cariverona e Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna che comprano quote rilevanti di Mediobanca? Un investimento finanziario? Sì, ma fanno a cazzotti con Consob per poter esprimere un loro consigliere di minoranza nonostante il loro collegamento con azionisti di maggioranza in Mediobanca (caso Unicredit-Cariverona). Insomma, sembra che alcune di queste Fondazioni che brandiscono la loro raison d’être territoriale, sembrano aver perso di vista il territorio distratte dai giochetti di potere della finanza.
Saranno enti di diritto privato, ma le Fondazioni sembrano soffrire degli stessi vizi e degli stessi personalismi di qualsiasi ente locale. Solo che a differenza dei comuni, non hanno un elettorato, non hanno debiti e gestiscono grandi risorse finanziarie.
Una forte revisione della governance delle fondazioni sarebbe da considerare per: a) consentire di veicolare più risorse verso le amministrazioni locali alleviando i provvedimenti di austerity presi dallo stato b) sterilizzare il loro effetto nella governance della banca per rendere il nostro sistema bancario più dinamico e aperto.
Parliamo di 50 miliardi, una finanziaria. Parliamo del controllo del nostro sistema bancario. Parliamone ogni tanto.

giovedì 3 novembre 2011

Il mondo finirà nel 2012

Una delle specialità italiane è il rinvio.
Sul past due abbiamo ottenuto la solita deroga all'Italiana che scadrà il 31 Dicembre.
E nella migliore tradizione (ricordate il tessile e la Cina?) ottenuti deroga e rinvio ci avviamo fiduciosi verso l'attesa della prossima deroga e rinvio.
Peccato che non ci saranno deroga e rinvio e migliaia di aziende rischiano di trovarsi in posizione di default il 1 Gennaio 2012.

Come spesso accade se ne parla da un po' ma i miei colleghi, sempre molto indaffarati, non hanno tempo di occuparsi di queste sottigliezze.

Peccato che moltissimi hanno posizioni di "arretrati" o past due, che possono essere sconfinamenti rispetto ai fidi accordati, ritardi nei rimborsi mutui, cosine così.
E che magari lo sono da, per esempio da 45 giorni.
Fino al 31 Dicembre non succede nulla (spero la banca li avvisi almeno). Il 31 Dicembre sono 100 giorni, situazione che la banca ha sempre tollerato (anzi lucrava sulle commissioni di scoperto).
Il 1 Gennaio 2012 improvvisamente sarà fuori dai termini, passati da 180 (in deroga) a 90 e l'azienda sarà dichiarata in default. Parola che spero tutti abbiano capito cosa vuole dire: "non in grado di onorare i propri debiti".

Potete sempre chiamare un indignato e provare un default controllato o appellarvi al diritto sovrano di autodeterminazione aziendale organizzando anche un referendum tra i dipendenti. O dichiarare che i debiti li ha fatti il vostro predecessore e non è giusto che siate voi a pagarli.
Resta il fatto che nessuno vi darà più credito e le banche chiederanno, tutte, il rientro completo (esce in Centrale Rischi).
E se avete garanzie in essere potrete vederle escusse.

Bello eh? Tranquillizzante?

Cosa fare?
Intanto controllate attentamente la situazione dell'uso dei fidi, ma non fidatevi.
Andate in Banca D'Italia e controllate la vostra Centrale rischi. Capita infatti che quei simpatici ragazzi incravattati dei bancari facciano errori nella compilazione dei dati e risultino sconfinamenti o past due inesatti.

E rientrate, o rinegoziate i fidi per essere all'interno (e per la seconda cosa potrebbe essere già tardi).

Tenete d'occhio la rete, molti ne scriveranno, più preparati di me. Io ne scrivo perché so che un po' di colleghi mi seguono.
E fate girare la voce...

Ah, e se non sapete cosa è la Centrale Rischi pensate seriamente a fare un po' di formazione sulla finanza d'impresa.

giovedì 13 maggio 2010

E' pronto il bilancio?

Salve, è pronto il bilancio? Avete cominciato a darlo alle banche?

E' un periodo di stallo, le banche aspettano i bilanci per decidere, le imprese (ivi comprese aziende del calibro di Telecom) prendono ogni scusa per rinviare la presentazione dei dati poco brillanti del 2009.

Eppure è nei momenti di difficoltà che la trasparenza deve aumentare. Potete anche fingere che il lavoro con la banca è diminuito perché avete canalizzato altrove, ma la bugia dura lo spazio di un'occhiata alla vostra centrale rischi.

E' il momento di presentare il bilancio il più presto possibile, nella massima trasparenza, indicando cosa è successo, fornendo dati di supporto e di settore (magari siete calati meno del settore di riferimento).
Presentando il piano di lavoro per il prossimo periodo, idee ed investimenti, nuovi mercati, prodotti, ristrutturazioni, ottimizzazioni.

La cosa peggiore che potete comunicare in questo momento è "aspettiamo che passi".
Dovete essere proattivi e non passivi, far vedere che avete il polso della situazione.
Imparate a memoria il bilancio nei dettagli, incontrate i bancari e illustratelo minuziosamente, preparate delle relazioni da presentare (se non volete metterle nel bilancio che è pubblico) con statistiche, mercati, margini, progetti.
Ma soprattutto date l'idea di sapere cosa state facendo, anche barando, anche se brancolate nel buio.
Cercate di infiocchettare con una veste grafica decente dei brutti dati, anche quello conta.

E il primo che risponde su cose gestionali "non so devo chiedere al commercialista" è morto.

Ma, vi prego, fate avere i dati alle vostre banche. Altrimenti la frase  "sto aspettando una risposta dalla direzione" ve la sognerete anche di notte.
I dati sono brutti? Guardate che non sono vino di pregio che lasciandoli lì migliorano.

PS E già che ci siete ditegli come è andato il primo trimestre.

martedì 2 marzo 2010

Grande è bello

C'è una ragione importante per cui crescere.
E la si vede in modo importante in questo periodo di crisi.

Se devi 100.000 Euro alla banca il problema è tuo, anche perché, se sei un piccolo imprenditore, probabilmente la banca si sarà premurata di avere un po' di tue firme su garanzie varie.

Se devi 500 milioni alla banca il problema è della banca, che si rivelerà disponibile a qualsiasi compromesso (ivi compresa la trasformazione del debito in azioni) pur di cercare di farti andare avanti.

E intanto migliaia di piccoli imprenditori lasciati soli da tutti cercano di lottare per salvare la propria dignità, la propria vita e quella dei loro collaboratori.

Per chi non l'ha letto consiglio lo splendido articolo di Dario Di Vico apparso sul Corriere.

sabato 19 dicembre 2009

Grandi quanto?


Si fa un gran parlare, ultimamente di fusioni, aggregazioni della necessità di crescere e di diventare più grandi.
Vero per molti (soprattutto per le micro imprese). Ma siamo sicuri che grande sia sempre bello?

Faccio l'esempio dei Confidi. (parlo di quelli di estrazione Confindustriale che conosco)
Anni fa la maggior parte dei Confidi era gestito all'interno della Associazione Industriali locale, da un funzionario part-time, con un Presidente (imprenditore) non retribuito, un comitato tecnico formato da imprenditori (non retribuiti) e una o due segretarie dell'Associazione. Costo della struttura: bassissima. Funzionamento: agile e snello. Il finanziamento arrivava da quote della Regione e della Camera di Commercio che versavano importi che andavano a patrimonio e permettevano (attraverso i moltiplicatori) di operare. Le basse commissioni coprivano le basse spese.
Perdite sui crediti: bassissime.

Poi è arrivata Basilea 2 e le nuove regole sulle garanzie. Per essere valide per le banche devono venire da intermediari finanziari sottoposti alla 107 Tub, in pratica sotto il cappello di Banca D'Italia, che è abituata ad avere a che fare con le banche.
Primo problema: crescere (ci vogliono 75 milioni di volume).
Aggregazioni aggregazioni aggregazioni.

Secondo problema: diventare 107 e sottoporsi a Banca D'Italia.
Basta la snella struttura di un tempo, anche alla luce dei nuovi volumi? No di certo.
Ecco allora che si comincia con direttori generali, amministratori delegati, competenze di firma, comitato fidi per l'istruzione della pratica, sistemi di rating e un sacco di belle strutture:segretarie, informatica, sedi ecc.
Costose.
Contemporaneamente la Camera di Commercio che versava i soldi mica li va più a buttare in un calderone, la Regione non versa più poco a molti (a pioggia accontentando tutti come piace ai politici) ma molto ad uno (e allora vuole anche metterci il naso dentro o peggio qualcuno si fa venire strani appetiti) magari inferiore al totale di prima.
Oltre a quello  (quest'anno complice anche la crisi) le perdite aumentano a causa della ricerca dei volumi (con promoter vari che girano) e per la maggiore distanza dal territorio.
La struttura costa.
Secondo voi chi paga?
Indovinato, il cliente, le imprese, che si trovano nuovi balzelli sui finanziamenti.

Quindi l'agile struttura nata come solidarietà tra aziende che forniva quasi gratis un ottimo servizio è diventata un costoso bisonte. Alla fine quasi una banca.
Ne vale la pena?

Siamo sicuri che a volte non sia meglio un agile e veloce topolino di un elefante lento e con grandi necessità di risorse per la sola sopravvivenza?

mercoledì 11 novembre 2009

Il caro vecchio direttore


Sulle banche ho idee mie, spesso non "allineate" con quelle dei miei colleghi.
Prendo spunto dal mio post su Unicredit e sulla notizia della riconversione a banca unica.

Io ho sempre visto di buon occhio la riorganizzazione in banche specialistiche, una maggiore specializzazione, secondo me, era funzionale rispetto alla situazione precedente.
Molti oggi rimpiangono "il caro vecchio direttore di banca" che sapeva tutto del cliente, ti veniva a trovare e si metteva una mano sul cuore.
Io no.

Me li ricordo quei direttori di banca, qui in provincia, con la loro puzza sotto il naso, più propensi a prestare i soldi ai consoci del Rotary o del Lions e ai notabili locali (dei quali sentivano di fare parte) che a chi li meritava.
Gente che parlava in dialetto (con tutto il rispetto per il dialetto) capace di "valutare l'impresa" in base al conto corrente del proprietario più che alla capacità di generare reddito o fare innovazione. Gente che ti schiacciava l'occhio per chiederti quanto facevi di nero piuttosto che interessata alla trasparenza del tuo bilancio.
Mi sono sempre trovato molto meglio con i direttori provenienti da Milano che con quelli di provincia. Forse per la mia mentalità più "business", uno dei migliori complimenti che ricordo è "lei non sembra un imprenditore di provincia".
Insomma, magari ero capitato male io, e, certo, la romanzo un po'. Ma non ho grandi rimpianti per quei direttori tuttologi che trattavano dal piccolo mutuo per la casa alla operazione di finanza straordinaria dell'azienda.

In una prima fase l'introduzione delle banche specializzate mi ha messo in contatto con persone più formate e portate ad un ambiente business (siamo nel corporate) che vecchio stile. Più interessata a capire il management, le dinamiche e i progetti aziendali che puramente le garanzie fornite.
I gestori (che non cambiano) hanno fornito l'opportunità di un rapporto di conoscenza continuativo e offrono un punto di contatto unico molto utile per le esigenze aziendali. Gli esperti trasversali, per zona o a livello nazionale forniscono, su richiesta, consulenza di alto livello.
Soprattutto nel corporate le autonomie dei direttori erano, tranne operazioni straordinarie, spesso più che adeguate per concedere le linee di credito necessarie.
Si organizzavano operazioni anche importanti in mezza giornata.

Insomma un netto miglioramento. Perlomeno per come l'ho vissuta io.
Certo, poi va anche a fortuna, probabilmente il direttore della mia filiale era particolarmente in gamba.

Oggi le banche, in un momento di crisi e di perdite enormi sulle linee affidate (il contenzioso è esploso) stanno riconsiderando la loro organizzazione. Stanno scoprendo che la girandola di responsabili non permette di approfondire il rapporto. Se me lo chiedevano potevo dirglielo anch'io, ad una cifra certo inferiore a quella probabilmente spesa in consulenti.

Ma non credo utile riportare tutti i clienti sotto un unico responsabile, che dovrà occuparsi del piccolo assegno scoperto del privato e di seguire le aziende, sempre impegnatissimo. Non lo so, a me pare che nelle aziende si vada verso la trasversalità delle competenze per avere una visione globale dei processi ma verso una forte specializzazione e delega operativa.
E che le banche stiano invece tornando ad un modello di centralizzazione antico. Vedremo.

martedì 10 novembre 2009

Housebank

Leggo a pagina 25 del Sole 24 Ore di Domenica l'intervista a Sergio Ermotti, Deputy CEO di Unicredit che parla di board, legal entity, business model, hedging, capital market, retail.

Poi dice che un cliente con la housebank (concentrazione del lavoro, conti sia aziendali che personali) può ottenere migliori condizioni.
Probabilmente se non si chiama Unicredit.

Sono sempre più convinto, visto che quella era la nostra housebank, che non arriverò a vedere, con i conti lì, la ennesima ristrutturazione con fusione con relativi casini per comunicare a clienti, fornitori ecc il cambio dei riferimenti bancari.

Visto che gli piace tanto l'inglese gli dico io la definizione di Unicredit ultimamente: sucks.

venerdì 7 agosto 2009

Comunicazione finanziaria

Sapete che una delle mie manie è la comunicazione finanziaria.

Questa è la relazione sulla gestione di una società che fattura quasi 10 milioni di Euro (e guadagna bene come vedete)

La Nostra società è impegnata sin dalla sua costituzione, avvenuta nel xxxx, nel settore della fabbricazione di attrezzature per XXXX. Nel corso dell’esercizio chiuso al 31.12.2007 l’Organo Amministrativo è stato impegnato a sviluppare ulteriormente la produzione e la distribuzione del prodotto sul mercato nazionale ed estero, rafforzando la rete di vendita. Si è cercato di ottimizzare la produzione sfruttando al meglio le risorse umane e tecnologiche presenti in azienda, per far fronte alla concorrenza straniera sempre più penetrante.
I risultati ottenuti in questi ultimi anni sono stati soddisfacenti e hanno visto un costante aumento del fatturato e un notevole incremento dell’utile dell’esercizio.
L’Organo Amministrativo informa i Signori Soci che la società ha proceduto all’adozione del Documento Programmatico sulla Sicurezza dei dati personali ai sensi del Decreto Legislativo 196 del 30 giugno 2003.
In osservanza alle disposizioni di cui all’Art. 2428 C.C. si precisa, inoltre, quanto segue:
ATTIVITA’ DI RICERCA, SVILUPPO
La società non ha eseguito nel corso dell’esercizio chiuso al 31.12.2007 alcuna attività di ricerca e sviluppo.
ANDAMENTO DELLE PARTECIPATE
La società non detiene alcuna partecipazione in imprese controllate e collegate, ne è sottoposta al controllo di altre imprese.
AZIONI PROPRIE E QUOTE POSSEDUTE TRANSAZIONI CON IMPRESE CONTROLLATE, COLLEGATE, CONTROLLANTI E IMPRESE SOTTOPOSTE AL CONTROLLO DI QUESTE ULTIME
La società non possiede alla data del 31.12.2007 (data di fine periodo) proprie quote, nè azioni o quote di società controllanti. Né ne ha possedute o movimentate nel corso dell’esercizo 2007.
Nulla pertanto da rilevare ai fini dell’art. 2428 comma 2 punti 3 e 4 del C.C.
FATTI DI RILIEVO AVVENUTI DOPO LA CHIUSURA DELL’ESERCIZIO
Dopo la chiusura dell'esercizio non si sono verificati fatti di rilievo che possono modificare la situazione patrimoniale e finanziaria della società risultante dal bilancio sottoposto all'approvazione dell'assemblea dei soci.
EVOLUZIONE PREVEDIBILE DELLA GESTIONE
I primi mesi del 2008 mostrano un buon andamento dell’attività sociale.
CONCLUSIONI
La Società XXXX chiude l’esercizio 2007 con un utile di € 742.000.
Si propone, pertanto, che l’utile conseguito sia accantonato a riserva statutaria, in quanto la riserva
legale ha raggiunto il 20% del Capitale Sociale.
Reputando che questo bilancio meriti la Vostra approvazione, Vi ringraziamo per la fiducia
accordataci.
II Presidente

Secondo voi si capisce come va (utile a parte) e cosa fa o farà?
E' vero che guadagnano, e quello che conta è quello, ma è la classica relazione che sostituite le XXX va bene per chiunque.
Che impressione avreste se foste un bancario seduto all'ufficio fidi che l'azienda non la conosce?

Per la cronaca la mia è di 7 pagine belle fitte e con circa una decina di capitoli.

martedì 16 dicembre 2008

Amministratori delegati

Adesso compero un po' di azioni di una delle principali banche italiane, poi vado in assemblea e propongo il tipo qui ritratto come amministratore delegato.

Tanto peggio di quelli che ci sono non farà di certo.
Farsi fare un pacco con le strutture piramidali è veramente degno di un salumiere di provincia (con il massimo rispetto di salumieri e provinciali).

venerdì 14 novembre 2008

Il pollo di Trilussa

Le nostre grandi banche si affannano a dire che il "monte prestiti" delle aziende è invariato e quindi non c'è riduzione dei crediti alle aziende.

Vero.

Ma la verità è che per salvare i grandi costruttori di castelli di carte (come Mr Zaleski qui rappresentato) stanno ampliando loro i fidi.
E quello che danno a loro lo tolgono ad altri (appunto, invariato).

Mi chiedo, con i 7.000.000.0000 di Euro (settemiliardidieuro) concessi a questo signore, dati ad artigiani e PMI per investimenti quanti posti di lavoro si sarebbero creati?

E ancora una volta vale il vecchio detto: se devi 10.000 euro alla banca il problema è tuo, se le devi 7.000.000.000 il problema è della banca!

venerdì 23 maggio 2008

Banche e mutui



Per una volta sono in disaccordo con Steve.

Non ho notizie, non ho approfondito la questione ma queste sono le mie sensazioni.

Se devo dire la mia scemata l'impressione è che le banche avessero enormi problemi con i mutui, se la gente non è in grado di rimborsare il problema coi mutui al 110% diventa della banca, e quindi abbiano trovato un accordo con Tremonti.

Il governo fa bella figura permettendo di portare le rate a un livello compatibile con le esigenze delle persone, le banche possono rinegoziare dicendo che lo fanno perché il governo le ha "forzate" e non perché altrimenti saltava il tutto.
Gli interessi se li portano a casa lo stesso e, anzi, con l'allungamento la gente sarà legata a quella banca per ancora più tempo

lunedì 14 aprile 2008

Soliti pacchi


Il governo dei Banchieri (che andavano tra strombazzamenti vari a votare alle primarie) ha tolto alle aziende per dare alle banche.

Il TFR entra quindi a far parte dei soldi gestiti dalle banche (come dissi per compensare le perdite sui fondi gestiti).

Oggi se guardate corriere economia a pagina 23 vedrete i bei risultati ottenuti dai fondi (ricordo per buona parte gestiti dai sindacati) in confronto al TFR lasciato in azienda.
Nel passato il fondo cometa in alcuni anni ha reso solo il 21% contro il 25%.
Ed è vero che i fondi si misurano in decenni, ma quando vedi delle perdite del 7% in tre mesi e che le commissioni sono "fisse" e non legate ai risultati capisci che il business come al solito lo fanno le banche.