lunedì 4 gennaio 2010

Quale fisco


Da sempre si parla molto del fisco sulle aziende.
Anche per il lavoro che faccio una alta tassazione sui redditi aziendali mi vede molto contrario. Ne ho già parlato parecchie volte (una specie di mantra, si sa mai che qualcosa si muova).

Come ho detto a mio parere gli utili aziendali non distribuiti dovrebbero essere esento o quasi dalla tassazione. E quelli distribuiti essere tassati in capo al beneficiario.

Il mio discorso è semplice, basterebbe il buonsenso (che non alberga, al contrario del populismo e retorica nella mente dei politici): le imprese creano lavoro e benessere, la loro funzione la svolgono in quel modo.
Pensateci un attimo: se pago poche tasse diventa meno interessante evadere.
Diventa più facile capitalizzare l'azienda. Molti miei colleghi smetterebbero di preoccuparsi di pagare poche tasse e si dedicherebbero (spero) più a sviluppare il business.

I risultati di una economia con poche aziende temo li potremo vedere in un prossimo futuro.
Non solo lo stato incasserà meno tasse per la disoccupazione ma dovrà anche spendere in welfare.
Una media azienda porta allo stato  già parecchie centinaia di migliaia di Euro tra tasse dei lavoratori, tasse su consumi energetici, imposte, bolli e balzelli vari.
E' vero che le tasse dei lavoratori le pagano i lavoratori e sono le loro, ma grazie all'azienda che gli dà lavoro, non ci fosse quel lavoro sparirebbero anche le tasse.
Davvero chiedere meno tasse è il solito piagnisteo?

Davvero siamo sicuri che non valga la pena di favorire le aziende in un momento come questo?

Sui dati usciti in questi giorni sul Corriere poi, la solita demagogia.
Vero che ci sono tanti che guadagnano poco in media, ma faccio l'esempio di casa mia: mia moglie col suo lavoro guadagna qualche migliaio di euro l'anno (non è un buon momento) ma può permetterselo avendo la famiglia altre entrate. Mia figlia guadagna qualche centinaio di euro l'anno coi suoi lavoretti part time. La colf (regolarmente assunta ad ore) guadagna poche migliaio di euro l'anno.
Poi c'è il pirla che fa parte dei 76.000 "ricchi".
Se facciamo la statistica cosa succede? Grandissima disparità sociale, ma il pirla mantiene gli altri.

Perché quando fanno le statistiche non eliminano i marginali? Perché non aggregano per nuclei familiari?

Per i negozianti poi, quando usciranno quelle del 2009 si griderà allo scandalo. Ma avete qualche amico negoziante? Secondo voi si è arricchito nel 2009? Perché allora così tanti negozi chiudono?

La verità è che ai governi conviene la lotta sociale (divide et impera) sul discorso tassazione per concentrare la rabbia della maggior parte della gente verso gli evasori piuttosto che sul come spendono i soldi delle tasse.

14 commenti:

Anonimo ha detto...

La tassazione degli utili sia in capo alla ditta che in capo agli azionisti / proprietari é una doppia tassazione dello stesso reddito. Non é giusta. Come dice lei, é anche controproducente ed andrebbe eliminata.

Il problema é che se venisse eliminata, nell´immediato verrebbe a calare il gettito. Lo stato non ha nemmeno i soldi per coprire le spese (é sempre in deficit e il debito continua ad aumentare). Quindi non é possibile adottare misure che riducano il gettito e non é possibile fare questa modifica.

Non é stato fatto quando era possibile. La ragione é che il sistema politico non funziona.

Semmai, lo stato potrebbe prendere misure che riducono i costi alle ditte e anche allo stato stesso. Ridurre la burocrazia, ad esempio.

Come evidenzia lei, le ditte chiudono, la disoccupazione aumenta, le entrate calano e gli esborsi aumentano: un vicolo cieco. Quando i tassi di interesse saliranno, l´Italia vedrá aumentare anche il costo del servizio del debito. Il default e l´uscita dall´euro non si possono escludere.

Nel caso "migliore" vi sará iperinflazione. Stampando soldi, si riduce il valore reale del debito, che può così essere pagato. Ma la gente perderá i risparmi.

L´Italia, senza risorse naturali, senza competenze, con una popolazione vecchia... non sarebbe competitiva nemmeno con una lira svalutata. Altri paesi sono in situazioni simili.

Ci sará un calo del tenore di vita marcato e duratuo.

Paola ha detto...

Per favore, non parliamo di aggregazione per nuclei familiari. Si comincia li' e si finisce che ci si ritrova col quoziente familiare.

Daniele ha detto...

@Impre Per quanto populista possa apparire il discorso della disparità sociale esposto dai quotidiani, è un dato di fatto che secondo qualsiasi indice statistico l'Italia è agli ultimi posti in Europa (fa meglio solo di Grecia e Portogallo, come al solito). E le statistiche le fanno allo stesso modo in tutta Europa: considerando tua moglie e la tua prole percettori di reddito indipendentemente dal pirla che le mantiene. Un fattore di disparità sociale è proprio determinato dal fatto che molte mogli e molti giovani non producono reddito, contrariamente a quanto avviene ad esempio in Francia. Abbiamo tassi di disoccupazione sotto la media (grazie agli ammortizzatori), ma un tasso di occupazione fra i più bassi dei paesi OCSE perché ci sono molti trentenni e molte mogli che non lavorano (magari campano con l'affitto degli immobili di famiglia: siamo il paese della rendita). E il PIL lo fa la popolazione occupata...

Anonimo ha detto...

Come imprenditore di puttanate ne scrive si capisce perchè molti come lei sono destinati a chiudere.

Anonimo ha detto...

mannaggia che astio stamattina!

ah impre prendila così...

certo che però anche te alcuni discorsi magari vagliali meglio.
Per dire:
''E' vero che le tasse dei lavoratori le pagano i lavoratori e sono le loro, ma grazie all'azienda che gli dà lavoro, non ci fosse quel lavoro sparirebbero anche le tasse.''

mi sa tanto di discorso mafioso.
che poi ogni caso fa sempre storia a sè

Anonimo ha detto...

@13:51

Perchè, invece di esprimere un giudizio poco gentile, non spiega le motivazioni del suo dissenso?

Anonimo ha detto...

@14:46

Perché "discorso mafioso"?

La ditta produce e vende. Con il ricavato paga le spese di produzione, i salari e le tasse. Poi, quello che rimane (se rimane!) va all´imprenditore.

Chiaramente, se costi di produzione e tasse sono troppo alti, il prodotto costerá troppo e non sará più competitivo. Quando la ditta non vende, non si genera più il reddito con cui si pagano gli stipendi e le tasse.

Mi sembra che questa sia la realtá di partenza, non una minaccia. Non é cosí?

Anonimo ha detto...

@ 5/1/10 15:24

non ho detto che'' è un discorso'' mafioso, volevo intedere che puo' essere magari travisato .imho.

E d'altra parte mi ricorda quando un mio parente lavorava in siculia e più o meno i discorsi che si sentiva dire erano di quel tipo...ma di certo non da tipi simpatici come il nostro impre ;-).

Anche perchè , visti i tempi grigi che corrono, a volte è più indicato metterci un po' di gentilezza (ovvero a prova di fesso) in quello che si dice,e a volte anche sul proprio blog.IMHO.

E in fondo bisognerebbe sempre pensare che gli animali bipedi
hanno pur sempre sottoscritto, se pur implicitamente, un contratto sociale di quieto vivere.

Questa la mia opinione, ma per favore non facciamo un bel flame.

Anonimo ha detto...

@ 20:06

La mia era una domanda pacifica, senza alcun flame inteso :)

Può suonare come un ricatto--non avevo pensato a questo. Può essere, in effetti, anche così.

Ma penso che ora, oggettivamente, la situazione attuale sia veramente difficile per le ditte. Oltre ai problemi strutturali, si aggiungono quelli congiunturali, l´aumento della competizione dei paesi emergenti, la crisi della domanda e anche quella del credito.

Per questo, gli imprenditori invocano una riduzione delle tasse. Non tanto per trarne vantaggio a scapito degli altri. Quanto piuttosto perché altrimenti non gli rimane molta scelta: devono chiudere.

Solo che lo Stato é perennemente in deficit e la situazione difficilmente migliorrá. Quindi, mi pare che siano a rischio sia la stabilitá economica che sociale.

Ovviamente, spero di sbagliarmi.

doktorfranz ha detto...

Alcune note.
In primis, è sempre utile leggere qualche commento astioso e non adeguatamente motivato. Serve ad aver ben presente l'ambiente ricco di pregiudiziali ideologiche, non supportate da adeguato livello culturale, con il quale ci si deve (ancora, purtroppo) confrontare. Dunque, a cancellare la pia illusione - trattasi, evidentemente, di wishful thinking .... - di poter discutere solamente sulla base di dati e strumenti di conoscenza atti a valutarli correttamente.
In secondo luogo, la considerazione dell'altissimo prelievo fiscale in capo alle aziende italiane non è un'invenzione d'imprenditori "rapaci ed egoisti", ma si può chiaramente leggere (volendolo fare, s'intende) nelle statistiche internazionali. Prime tra tutte, quelle pubblicate dalla Banca Mondiale, che posizionano lo Stivale in vetta con ampio margine. Si può discutere, meglio se argomentando serenamente e razionalmente, ma non disconoscere i dati.
Mi pare, peraltro, evidente che ciò non aiuti la competitività delle imprese italiane sebbene, ovviamente, altri fattori entrino in gioco a render difficili le condizioni in cui si opera, anche scoraggiando capitali d'oltre confine a trovare occasioni d'investimento da queste parti. Il discorso sarebbe molto articolato, ma è chiaro che non può non conseguirne perdita di possibilità di lavoro (e, quindi, anche di incassi fiscali per l'erario).
In merito alle disuguaglianze, l'indice di Gini (che statisticamente, appunto, le misura) non differisce significativamente da molti altri Paesi, pur essendo certamente posizionato nella fascia alta, contrariamente a quanto avviene - in particolare - per le socialdemocrazie nord-europee. Però è necessario avanzare alcuni caveat. Intanto, sul dato italiano incide molto la situazione del mezzogiorno (i cui numeri presentano gravi incertezze dovute all'alto grado di evasione fiscale, come evidenziato dagli studi dell'Agenzia delle Entrate) ed è, quindi, ragionevole supporre che l'indice risultante sia sovrastimato rispetto alla realtà. Poi, è tutto da dimostrare che una minor diseguaglianza reddituale costituisca una situazione migliore, dal momento che potrebbe costituire un motore meno efficace per lo sviluppo di una società dinamica. Infine, la ricerca della "redistribuzione" non può prescindere dalla creazione di ricchezza che, anzi, dovrebbe essere oggetto di primaria attenzione (se vogliamo aver qualcosa da distribuire ....): ciò non è avvenuto, a partire dagli anni 70, per evidenti motivi di carattere ideologico.
Il vero problema italiano, comunque, è la spesa pubblica. Da parte del sistema politico - che la gestisce con lauti guadagni - si sente spesso dire ch'essa non sia comprimibile, e che non sia perciò possibile diminuire le imposte: è evidentemente una sciocchezza, ben dimostrata dai confronti con altre situazioni, ed anche dall'analisi di singoli capitoli di spesa, in particolare in determinate zone del Paese. Ma qui, si rischia di scrivere altre 200 righe ..... :-)

Anonimo ha detto...

Doktorfranz

La diseguaglianza reddituale non é un problema. Il problema é quando troppa gente non ha un reddito minimo che gli permetta una vita decente. Questo rischia di portare ad instabilitá sociale.

Se non ci sono le condizioni per guadagnarsi il reddito minimo, lo Stato tampona regalando il reddito minimo. Ma tale strategia é difficilmente sostenibile nel lungo termine. (Paesi ricchi di risorse potrebbero farlo, ma non é il caso dell´Italia.)

La spesa pubblica italiana é dovuta in larga misura ad inefficienza e sprechi. In teoria, questi potrebbero essere facilmente tagliati. In pratica, però, non credo che ció possa avvenire--se non in modo brusco, quando finiscono i soldi.

La ragione é che un´ampia parte della popolazione dipende direttamente per il proprio sostentamento dalla spesa pubblica. In teoria, maggiore efficienza del pubblico creerebbe opportunitá nel privato. In pratica, però, questo é assai improbabile che avvenga. Cultura e competenze del pubblico sarebbero poco ambite dal settore privato. Penso che tagli alla spesa pubblica provocherebbero resistenza politica e proteste nelle strade.

C´é un altro ostacolo al cambiamento: l´economia italiana é basata su un intreccio di interessi particolari e privilegi. Le categorie che ne beneficiano sono ben organizzate e hanno risorse economiche e mezzi politici per difendere i propri interessi.

La cultura prevalente, poi, preferisce lo status quo al cambiamento. Penso quindi che il sistema andrá avanti così fino al crollo.

Anton

Anonimo ha detto...

Doktorfranz

L´adeguatezza (o inadeguatezza) del livello culturale degli interlocutori sarebbe un buono spunto di riflessione.

É vero che, specialmente in materia economica, sono diffuse idee strampalate.

Questo é un problema--soprattutto in democrazia, dato che idee strampalate portano a politiche strampalate. Nozioni di base di economia e finanza dovrebbero essere parte del curriculum scolastico di base.

Però non é sempre chiaro quali siano le idee strampalate e quelle, invece, sagge.

Cito a tal proposito Stiglitz che, tra gli altri, ha evidenziato la necessitá di riesaminare le teorie economiche prevalenti alla luce della crisi.

Anton

Anonimo ha detto...

IRONIC

Tra i lettori del blog ci sono diversi punti di vista, ma non c´é dibattito.

I politici dibattono sempre e su tutto, anche quando non hanno un´opinione.

Come mai non si arriva mai ad un dibattito basato su contenuto?

Anonimo ha detto...

La situazione economica italiana é ben rappresentata da questa trasmissione:

http://www.youtube.com/watch?v=PDuEd4seST0&NR=1

Questa é l´ottava parte. Vale la pena di vedere anche le altre.