giovedì 9 agosto 2012

Qualità vò perdendo

I cinesi non riescono a fare qualità (elettronica a parte dove i controlli sono automatici) per il semplice motivo che non hanno il concetto di qualità.
Per loro comperare un paio di pantaloni è qualcosa inerente il costo, non la qualità del tessuto, la finitura, il "value for money".

In Italia abbiamo uno dei nostri punti di forza (non a caso siamo fortissimi nel sistema moda) proprio nella capacità di coniugare il gusto, i materiali, la qualità mantenendo un prezzo equilibrato o riuscendo spesso a ricavare un sovrapprezzo.

Ma questo è possibile se la qualità permea la società.

Sono molto preoccupato per il futuro, la crisi sta mettendo a dura prova le famiglie e la tensione economica sta portando anche da noi i mali americani del consumo a tutti i costi rinunciando alla qualità. 
E chi conosce il mercato USA sa di cosa parlo. Era Bill Gates, l'uomo più ricco del mondo che diceva di non avere mai speso più di qualche centinaio di dollari per un vestito (e si vedeva)?
Un concetto che porta a privilegiare la quantità alla qualità.
Avere, robaccia da poco, ma possederla. Avete mai visto le auto USA? Costano pochissimo, ma hanno un livello di finitura inaccettabile per l'Europa a parità di segmento.

Ma proprio così si perde il concetto diffuso di qualità che è basilare (per chi fa il mio mestiere) che i collaboratori abbiano.
La battaglia del "costare poco" l'abbiamo persa, a meno che, e non mi pare il caso, si torni allo schiavismo e riduciamo del 50/70% stipendi che già così sono insufficienti.
Ma se la battaglia deve essere "costa ma è di qualità" è assolutamente necessario che chi lavora sappia cosa vuole dire qualità, nella produzione ma anche nel servizio al cliente, nei flussi di lavoro interni, nell'agire quotidiano.

In una era di consumismo low cost il mio terrore è che la mentalità che si diffonde sia "si ma intanto costa poco".
Ci sono già i cinesi (e domani i vietnamiti, dopodomani qualcun altro) per quello.

O sapremo tornare eccellenti artigiani appassionati della qualità nel nostro lavoro, qualunque esso sia, o saremo perdenti.

8 commenti:

Unknown ha detto...

dici: è fondamentale che i collaboratori abbiano il concetto di qualità.

sono d'accordo.

però (sono certo che non sarà il tuo caso) come fa un "collaboratore" ad avere il concetto di qualità se poi viene pagato stipendi da fame, o tramite la precarizzazione viene associato al rischio di impresa senza condividerne però le fortune?

come si fa ad aspettarsi che il collaboratore abbia ben chiaro il concetto di servizio al cliente (non come servo) se i tuoi colleghi imprenditori favoriscono i buzzurri ignoranti che percò si contentano di poco?

ossia, il concetto di qualità estendiamolo anche alle persone che vi scegliete come collaboratori e alle retribuzioni che gli date.

Imprenditore Conf ha detto...

Parliamo di chi vuole fare qualità.

Il fatto della di perdita del concetto vale anche per chi fa il mio mestiere.
Che infatti poi non considera il value for money dei collaboratori ma mira a spendere poco.

Se uno cerca solo il costo minore non fa qualità. E tendenzialmente il mercato dovrebbe punirlo (oggi non v'è certezza più di nulla)
Il problema è che nel frattempo magari ha tolto il lavoro ad aziende serie che costavano di più

Un po' come lo scansafatiche causa grandi danni a chi si impegna

Mike ha detto...

concordo!
certo già conosce il brano di Peguy (il Denaro) che recita:
"Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone né per gli intenditori né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta per sé, in sé, nella sua stessa natura. Esigevano che quella gamba fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio con cui costruivano le cattedrali".
Ecco, forse allora il problema prima ancora che organizzativo, normativo, strategico, è culturale: Perché ne vale la pena? A quale bellezza guardo per poter cercare quella "qualità"?

Pizza Margherita ha detto...

La verità è che in Italia abbiamo qualità in quanto la stessa non è misurabile ed è soggettiva, quindi possiamo cantarcela da soli.
L'Italia è un grande brand, derivato principalmente dalla nostra storia che lentamente sta scemando di interesse (ma che impiegherà qualche generazione prima di autodistruggersi)
Nel presente sinceramente direi che valutando i panorama imprenditoriale italiano ed i prodotti/servizi erogati, di qualità non ce n'è traccia e le tanto sottovalutate cineserie fanno parte del nostro quotidiano: tutta l'elettronica, la telefonia, le tecnologie ma anche gli abiti ecc.. sono prodotti in cina anche con elevati standard qualitativi (dipendenti dal margine che l'imprenditore vuole riconoscersi). Le stesse aziende di marchio italiano producono in cina e se poi andiamo a guardare la classe dirigente direi che è ancora peggio.

Il vero problema è che il nostro è uno stato ormai finito da decenni, con scarsa capacità produttiva e poche materie prime nonchè un sistema scolastico che premia le inefficienze e forma pochi specialisti (e sopratutto uno stato che assume numeri immani di inutili dipendenti e crea assurdi enti per far lavorare chi nella società non troverebbe mai posto: chiudete gli occhi e pensate se assumereste mai nella vostra azienda l'ultimo dipendente pubblico con cui avete avuto a che fare nell'ultimo periodo!). Se operiamo nel mercato globale e in economia, senza la droga della finanza, non abbiamo speranze

Giorgia Student-Flair Blog ha detto...

Parlando dal punto di vista del consumatore, io ho 25 anni e ho notato un cambiamento nelle generazioni successive alla mia, eppure si trattano di pochi anni. Quando io andavo alle medie e al Liceo, soprattutto in fatto di moda, in famiglia si risparmiava per mesi pur di comprare il capo spalla "buono" (e soprattutto firmato). Le alternative low-cost esistevano già all'epoca, e seppur non erano Zara, i capi a poco prezzo e alla moda si comperavano al mercato. Adesso, bazzicando anche nel panorama dei fashion blogger, vedo persone che non riescono a stare un giorno senza fare shopping e che comprano un sacco di cianfrusaglie che dureranno si e no 2 lavaggi. E' cool comprare e comprare ancora, anche e soprattutto alle catene low-cost. I social media poi amplificano questa nuova cultura. Mi interrogo su come gli imprenditori possano mantenere il concetto di qualità se i consumatori lo cercano sempre meno, dovremmo tornare ad educarci ad un'altra idea di consumo, perché non dovremmo perdere la nostra eredità nazionale.

Imprenditore Conf ha detto...

Giorgia
ottimo punto che noto nei comportamenti di acquisto di persone a me vicine.
Io sono stato educato e mi sono abituato a comperare ambedue: cose di qualità per avere durata e cose "usa e getta"
Va detto che per fisico e abitudine son poco modaiolo, regno dell'usa e getta.

Occhio però che la qualità è un concetto di "catena" e non solo inerente il prodotto.
E' anche, per esempio, diffusione e reperibilità del prodotto per il consumatore, servizio offerto al rivenditore, qualità della comunicazione.

E poi c'è il posizionamento.
Come c'è spazio per Zara c'è spazio per chi vuole abiti su misura con tessuti importanti.
Certo con volumi e modelli di business diversi.

Ma è proprio l'incapacità delle giovani generazioni a vedere, ad esempio, la finitura di un capo o i materiali usati che mi ha spinto al post.

Un conto è decidere di spendere poco per uno sfizio o perché non ho soldi da spendere.
Un conto è non vedere/sapere la differenza e magari pensare di aver fatto un "affare".

Fabio ha detto...

come ti si danno soldi buoni, tu hai il dovere di dare in cambio lavoro buono!

sono poichi i soldi che ricevi? ma il lordo per il tuo datore di lavoro è davvero molto alto: parlando del contratto del commercio, il mio, l'imprenditore caccia i 12 mesi, tredicesima, quattordicesima, quindicesima (il TFR) ed il mese di ferie. Alla fine per 11 mesi effettivi (per modo di dire, bisogna togliere malattie e cavoli vari) di lavoro, uno appena entrato costa solo di soldoni sui 22 mila euro l'anno, senza considerare i costi del sostituto d'imposta, consulenze, studio paghe, visite mediche, ecc....e deve ancora dimostrare cosa sa fare, come può portare plusvalore per almeno quella cifra nelle tasche dell'imprenditore.

Quelli che auspicano l'obbligo di almeno un paio d'anni di partita iva autentica a fine scuola, non sbaglia mica di tanto. Si rimedierebbe allo sfacello della indottrinamento ... ehm, dell'istruzione pubblica.

Alessandro Brunelli ha detto...

Si, buon articolo. Anche io avevo la stessa impressione. Parlo al passato perche' non ne sono cosi' sicuro. molti cinesi hanno gusti fini, come tutti. La qualita esiste ovunque, arrivera' anche la dove manca