giovedì 8 novembre 2007

Orientamento

Ritornando a Precari e contenti una delle cose che non ho citato ed è sottolineata nel libro è la carenza di orientamento nella società italiana.

Da un lato la famiglia che dovrebbe aiutare i giovani a decidere (lo vivo sulla mia pelle non è facile per un adolescente cercare di capire cosa vuol fare nella vita).

Una parte fondamentale di questo lavoro toccherebbe alla scuola che dovrebbe cercare di valorizzare le capacità di ognuno, assecondarle ed orientarle.
Invece da quanto vedo la scuola non ha questa capacità.
Soprattutto nei casi più estremi.

Capisco che ormai i genitori hanno perso la favella e assalgono gli insegnanti per ogni scemata ma in moltissimi casi occorrerebbe tornare ai vecchi tempi e dire chiaramente: suo figlio/a non ha voglia/capacità di fare un certo tipo di scuola le consiglio un percorso professionale (tra l'altro in buona parte aboliti).

Certo non è facile dire cose di questo genere.
Ma è meglio un bravo operaio / artigiano o uno che si trascina stancamente a scienze politiche per dieci anni e poi disilluso finisce a campare di lavoretti (o punta alla grande mamma, la Pubblica Amministrazione)?
Se tutti devono avere l'opportunità di essere giudicati e partire alla pari si dovrebbe fare esattamente l'opposto della cultura imperante che vuole "tutti uguali".
Favorire e aiutare i meritevoli, reindirizzare a più basse pretese chi non ce la fa.

10 commenti:

rino ha detto...

Basse pretese si fa per dire, basta far vedere ai propri figli l’automobile posseduta da un idraulico e quella di un impiegato.

Massi ha detto...

Credo che il discorso sia più complesso.
Messa giù così, mi sento anchio nella categoria di quelli che si parcheggiano nelle università umanistiche!
Ma spesso ci sono anche altri motivi.

L'imprenditore ha detto...

@ Rino
:-)
ma per la mamma chi ha un pezzo di carta non deve sporcasi le mani.

@ Massi
Se uno ha un progetto di vita e una capacità sugli argomenti umanistici ben venga.
Ma quali sono gli "altri motivi"?

libera dallacasa ha detto...

Papà e mamma se hanno avuto una vita lavorativa di sacrifici sognano per il figlio un lavoro più prestigioso del loro, mitizzano cose che ai loro tempi effettivamente potevano fare la differenza (il "pezzo di carta") e insegnano al figlio cose oramai del tutto sbagliate, tipo che se non ti laurei avrai un lavoro poco remunerato. Il figlio ci crede, anche perché nessun altro gli dice cose diverse (troppe volte la scuola è l'altra grande reponsabile di queste informazioni distorte) e così si aspetta che uscito dagli studi siano tutti lì ad aspettarlo per offrirgli un lavoro.
Ho imparato tutte queste cose di persona, essendo anch'io figlia di gente con lavori molto umili che consideravano i laureati come delle creature superiori; e penso che se a scuola o all'università avessi incontrato qualcuno che mi insegnava qualche nozione elementare di come farsi il proprio marketing avrei risparmiato un sacco di tempo e di stress. Avrei studiato ugualmente, avrei fatto ugualmente il mio lavoro: ma lo avrei fatto procedendo meno a tentoni e arrivando a capire molte cose più velocemente.

Massi ha detto...

Il suo ragionamento è esatto se si pensa alla scuola superiore.
Ma quando si decide per l'università, si ha o si dovrebbe avere la capacità per autovalutarsi e per saper sciegliere il proprio percorso.
Se si rimane più del previsto nelle università, è perchè oggi la cultura non è più solo per i ricchi, la vogliamo tutti! Solo che chi non se la può permettere deve adattarla al lavoro, e spesso energie e motivazioni diminuiscono, finendo col rimanere parcheggiati nelle università più del previsto.

L'imprenditore ha detto...

Certo.
Ma un conto è andare avanti lentamente con l'università perché si lavora e intanto si vuole prendere la laurea.
Rispettabilissimo.

Un conto è tirare stancamente avanti mentre ti mantiene la famiglia...

Massi ha detto...

Non è facile riuscire a mantenersi completamente con un lavoro part-time (cioè un lavoro adatto ad uno studente)
Non voglio entrare nel personale, e non voglio nemmeno giustificarmi.
Sicuramente utilizzare l'università come scusa perchè non si ha voglia di fare niente è sbagliato!
Ma anche dare la colpa ai genitori è troppo facile.

Sarò ripetitivo ma credo che la colpa stia proprio nel fatto che oggi chi non frequenta un università rimane con una cultura davvero limitata, forse a causa della bassa qualità delle nostre scuole superiori. Quindi anche chi non è portato per studiare decide di intraprendere una strada per poter dire la sua nella vita.
Non che le università ci formino così bene, ma rimanere all'interno di esse, permette di aumentare la possibilità di poter guardare quello che succede nel mondo e farsi un idea propria, senza essere dei pappagalli che ripetono ciò che tv e giornali ci dicono.
Purtroppo poi in molti non ce la fanno e rimangono a fare i mantenuti finchè non hanno il coraggio di ammettere:
Non ce l'ho fatta!

Anonimo ha detto...

"Ma è meglio un bravo operaio / artigiano o uno che si trascina stancamente a scienze politiche per dieci anni e poi disilluso finisce a campare di lavoretti (o punta alla grande mamma, la Pubblica Amministrazione)?"

ci sono tre questioni che l'imprenditore non capisce,( o non vede perchè di mestiere è imprenditore)

a) se fare l'operaio fosse un mestiere tanto bello,desiderabile e affascinante ogni genitore desidererebbe allevare operai, e gli operai tenderebbero a formare figli operai ( come succede per imprenditori, avvocati, notai, medici etc). ma i genitori operai,forse egoisticamente , tendono a tenere i figli lontani da mestieri dove si respirano vapori di polietilene, o polveri dalla composizione oscura, o da ustioni.

b) il lavoro dell'operaio rende circa 1100 euro al mese ( e parlo di un'industria del nord italia quotata in borsa, non di una dittarella). ergo quelo dell'operaio E' un lavoretto. e rende come l'operatore di call center, come il commesso ( anzi meno ) , ha prospettive nulla di carriera , è precario ( nell'azienda di prima, quella quotata in borsa, il 20 % della manodopera è interinale ed è stato lasciato a casa il mese scorso con la prospettiva di tornare a febbraio). ergo anche se non si riesce a conseguire determinate qualifiche o se determinate occasioni non si presentano, beh, lavoretto per lavoretto, tanto vale dedicarsi saggiamente ad attività non industriali.

c) all'imprenditore forse sfugge che la difficoltà a trovare robottini disposti a fare lavori fetenti per pochi spiccioli e gioirne come se si prendesse parte a qualcosa di speciale è comune a tutto il mondo.

esempio?


http://www.businessweek.com/magazine/content/07_15/b4029050.htm

strano oh?

Anonimo ha detto...

copio e incollo perchè il link non è stato riportato correttamente

mployers in some unlikely places say they're having trouble filling jobs. Factory managers in Ho Chi Minh City report many of their $62-a-month workers went home for the Tet holiday in February and never came back. In Bulgaria, computer experts are in such demand they can't be bothered to answer the want ads of a Los Angeles movie studio. And in Peoria, Caterpillar Inc. (CAT ) is struggling to train enough service technicians. The problem in each case: not enough people who are both able and willing to do the work for the posted pay. "We've got a global problem...and it's only going to continue to get worse," says Stephen Hitch, a human resources manager at Caterpillar.


A global labor crunch, already being felt by some employers, appears to have intensified in recent months. That's in spite of widely publicized layoffs, including Citigroup's (C ) plans to shed as many as 15,000 staffers. In fact, U.S. unemployment remains low--just 4.5% in February--and even companies in countries with higher jobless rates are feeling pinched. "It's not just a U.S. phenomenon," says Jeffrey A. Joerres, CEO of Manpower Inc., the staffing agency. On Mar. 29, Manpower was to release the results of a survey of nearly 37,000 employers in 27 countries. The study found that 41% of them are having trouble hiring the people they need.

comunque l'articolo si intitola "where are all the workers"
e lo si trova sul sito del newsweek digitanto il titolo su google.

L'imprenditore ha detto...

Caro Anonimo

non credo affatto che fare l'operaio sia una gran cosa.
E gli operai di questo secolo sono infatti gli operatori di call center.

Quello che dico è che:
- spesso ci si lamenta del lavoro che non c'è ma molti lavori che ci sono non trovano pretendenti. E' il mercato, se va avanti così gli stipendi degli operai aumenteranno

- non tutti hanno le capacità per avere responsabilità, ma comunque non accettano di essere adatti a lavori poco qualificati. Può non piacere ma è così

- dici che non si può fare carriera? Sarà, io non ne sono molto sicuro, può darsi nelle amatissime multinazionali dove in cambio di alti stipendi e spesso poco lavoro (comparato alle aziende famigliari) si paga lo scotto che in tre giorni decidono di chiudere e chi si è visto si è visto.
In una azienda familiare non è escluso che uno bravo entrato a fare l'operaio assuma responsabilità. Certo difficilmente se l'atteggiamento è quello che dimostri a parole.

- non mi sfugge che il problema è comune. E io non cerco robottini, cerco persone.
Se poi le aziende hanno difficoltà a trovare persone gli stipendi come da regola di mercato, aumenteranno.

O decideranno semplicemente come ha fatto qualcuno di andare in altri posti, dove la mano d'opera si trova.

Finiremo tutti a fare i commessi?